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Cenerentola

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C’era una volta… così iniziano tutte le favole ma quella di Cenerentola è quella che c’è stata più volte visto che tra adattamenti cinematografici, teatrali, musicali, letterari e fumettistici, parodie e richiami anche in altre storie, si contano oltre 300 versioni, di cui quella disneyana è la più diffusa.

Oltre al premio per la presenza e la visibilità la nostra principessa si aggiudica anche quello per la longevità, visto che comparve in forma scritta in Cina attorno al nono secolo a.C.! E per il modo in cui è entrata ad abitare nell’immaginario collettivo può essere considerata a pieno titolo un mito, nel senso più letterale del termine.

Ma l’archetipo della giovane orfana, inerme, sola, bella e buona, maltrattata dalla sua famiglia adottiva

-costituita dalla matrigna e dalle sorellastre brutte di cuore ma rese tali esteticamente dall’influenza della tradizione iconografica, cosa questa che ha contribuito a spostare la rivalità con Cenerentola dal piano morale e spirituale a quello più banale dell’aspetto fisico e della bellezza esteriore -,

che riscatta la sua vita perché viene scelta da un principe, anche lui bello e buono, non può più costituire una molla educativa per le generazioni di oggi. Ma, grazie all’elasticità di questo personaggio, dato dal tema della metamorfosi, è possibile utilizzare una chiave di lettura che renda possibile la trasmissione di un messaggio educativo per i nostri figli, sia maschi che femmine.

Infatti,  il “vissero felici e contenti” potrebbe essere “tradotto” in un vissero “capaci e competenti”, dove capacità e competenza hanno a che vedere con il sapersela cavare nel mondo e con il vedere nei momenti di difficoltà, opportunità e occasioni per poter ricorrere alla nostra creatività, intesa come capacità di immaginare e trovare soluzioni ( la fatina e la magia),  grazie alla quale  riuscire a reperire quanto ci occorre per poter realizzare un vestito da indossare– coinvolgendo anche l’aiuto di chi abbiamo intorno, in una rete sociale fatta di solidarietà reciproca – nella favola i topolini – adatto alle circostanze e quindi metterci in gioco, nella favola –partecipare al ballo- potendo incontrare così quella parte di sé – rappresentata dal principe – che la renderà completa e pronta per incontrare l’Amore,  ossia la propria realizzazione come Persona, perché consapevole della sua forza, coraggio e determinazione messi in campo per difendere il suo diritto di rispetto e amore e non accontentarsi di nulla di meno. E solo allora ritroverà la sua scarpetta, simbolo, secondo lo psicologo Bruno Bettelheim, della femminilità che ha perso momentaneamente appena incontrata la parte “maschile” dentro di sé.

 

 

E dopo parliamo anche di rivalità fraterne, di resilienza, ossia di quella capacità di fronteggiare lo stress attraverso la consapevolezza delle proprie risorse e dell’attivazione per acquisire e sviluppare capacità, coinvolgendo anche gli altri, con cui è importante creare rapporti e relazioni costruttive, e a non abbandonarsi nei momenti di difficoltà a scoraggiamento e sentimenti di impotenza, ma al contrario a ricorrere all’energia creativa e generativa con cui nasciamo e che dimentichiamo di avere quando non la coltiviamo ed esercitiamo.

 

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Daniela De Santis, psicologa del lavoro, esperta in Formazione, sviluppo competenze e crescita personale

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