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Tredici

Una serie che parla di adolescenza

Tredici come il numero delle cassette che, la protagonista, Hannah Baker, una ragazzina del liceo, lascia dopo la sua morte per spiegare il suo suicidio a coloro che lei ritiene abbiano concorso alla sua drammatica scelta.

La narrazione è molto efficace: è la sua voce a raccontare le sue vicende attraverso la riproduzione del nastro. Vicende che prendono forma, davanti agli occhi di Clay Jensen, il ragazzo che le ascolta, come se stessero avvenendo in tempo reale e, contemporaneamente, con la tecnica della dissolvenza ci ricorda, come scivoliamo nella tentazione di dimenticarcene, la scomparsa della protagonista e il vuoto che ha lasciato.

Bullismo, abuso di alcol e sostanze, violenza sessuale:

nella Liberty High School tranquilla scuola in una tranquilla cittadina americana, sotto un’apparenza di normalità, i ragazzi si trovano ad affrontare piccoli e grandi inferni quotidiani, nella più completa solitudine, mentre il mondo adulto è distante e parallelo.

La serie, basata sul romanzo 13 di Jay Asher e uscita nel 2017, ha suscitato non poche polemiche, fino ad essere tacciata di istigare i giovani al suicidio.

In realtà l’intenzione dell’autrice del libro prima e della produzione poi è tutt’altra: quella di mettere tutti di fronte alla responsabilità e alle conseguenze delle proprie azioni. Gli atti di bullismo, ma anche le semplici disattenzioni e la mancanza di empatia, sommate ad altri eventi, possono produrre in chi li subisce effetti devastanti.

Tredici dà la possibilità ai ragazzi di poter guardare, attraverso gli occhi dei protagonisti e in modo molto coinvolgente, quali sono gli effetti delle interazioni fra pari. Enfatizza come uno stesso comportamento possa essere recepito diversamente dai singoli individui.

Il video di apertura del cast

L’intento di sensibilizzazione sui problemi affrontati nella serie sono spiegati dal cast nel video di apertura alla prima stagione, che Netflix ha aggiunto a seguito delle polemiche che hanno riguardato la serie, così come l’invito “a guardare la serie con un adulto di cui ti fidi” se “stai affrontando questi problemi” e a parlarne.

Materiale di sostegno, una guida alla visione di Tredici e numeri utili sono a disposizione sul sito 13 reasons why.

Parlandone con gli adolescenti, ciò che emerge è che, a parte la violenza sessuale, i più non riescono a capire il gesto estremo della ragazza di fronte a ciò che “capita un po’ a tutti” ma “mica uno reagisce così”.

Ed è proprio per questo che la serie andrebbe vista e dovrebbe essere utilizzata come base per discussione, perché è veramente difficile capire come una frase innocua per qualcuno, o da cui ci si può difendere, possa essere per qualcun altro un’arma puntata contro.

Per la visione va detto, però, che ci sono scene esplicite di violenza sessuale e la scena del suicidio è molto forte.

Soprattutto, dovremmo vederla noi genitori, noi insegnanti, noi educatori

Noi che abitiamo il mondo parallelo degli adulti, quello che si accontenta di un sorriso o a cui basta un “tutto bene” all’uscita da scuola.

Perché il mondo degli adolescenti è complicato. La loro identità in costruzione è fragile e risente moltissimo dell’interazione con l’ambiente e dell’immagine di sé che si gli amici riflettono.

Amicizia che è al centro del loro mondo e che si basa su regole e schemi che noi adulti fatichiamo a comprendere e che, a volte, sono estremamente rigide.

Dovremmo vederla perché sicuramente

I nostri figli l’hanno vista o la vedranno

e, se anche noi l’abbiamo vista, potremmo trovare l’occasione per parlarne, per discutere degli argomenti che affronta, aiutando i nostri ragazzi a comprendere i diversi punti di vista, ad essere più empatici o potremmo capire se c’è qualcosa che li preoccupa o li turba.

Problemi che sembrano enormi, specie alla loro età, a volte si ridimensionano semplicemente parlandone.

Un punto di vista adulto può essere fondamentale per fornire una prospettiva diversa a patto che non si sminuisca mai il problema e che non si giudichi, o ci si troverà di fronte a un muro.

Una storia molto triste

Se è vero che le intenzioni sono quelle fin qui citate, è anche vero che la storia è indubbiamente triste.

Ho cercato di guardare questa serie con gli occhi dell’adolescente che sono stata, ma sono anche una mamma e non so a quale parte di me appartenga di più la sensazione di tristezza che mi è rimasta addosso.

Se potete, evitate che i vostri figli “facciano una chiusa” ovvero guardino la serie tutta insieme, come spesso amano fare e come ho fatto io per scrivere questa recensione, perché l’atmosfera “pesante” resta dentro.

Da madre rimane la tristezza per quel senso di ineluttabilità dovuto alla sensazione che sarebbe, in fondo, bastato così poco.

Nessuna alternativa

Hannah si è suicidata e lo scopriamo subito. Ha deciso che non valeva la pena vivere, che non c’era più speranza.

Che effetto può fare su una persona già depressa e vittima di bullismo?

Anche qui si ritorna al problema di cui sopra e cioè che le cose impattano sulle persone in modo diverso. E ritorna anche il discorso sull’importanza che gli adulti vedano la serie come un’opportunità per avvicinarsi al mondo dei propri figli.

Un finale diverso

Se è vero che la serie sembri non lasciare una via di uscita, non si può fare a meno di chiedersi se Hannah avrebbe scelto comunque di fare quel gesto, se avesse avuto la possibilità di vedere la quantità di dolore che si stava lasciando dietro.

E questa credo sia in qualche modo la via d’uscita che viene offerta allo spettatore.

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Scrittrice, life coach, parent e teen coach. Per saperne di più visita il profilo Linkedin

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